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Like. Post. Share. Repost. Tweet. Pin. Retweet. Tag. Non più secondi, non più minuti: le nostre giornate sono scandite così.
Una società in continua connessione, veloce, inesorabile, dove i bit scorrono come eroina nel sangue di un tossicodipendente.
Una dipendenza non più da sostanze, ma da approvazione. Dalla dopamina liberata dentro di noi ad ogni singolo like, retweet, messaggio.
Tutti, chi più, chi meno, siamo attratti da questi oggetti come un magnete viene attratto dal metallo. Ma il prezzo da pagare è alto.

Privacy ai tempi dello scroll.

È di pochi giorni fa la notizia che Immuni, l’app per il controllo dei contagi, sarà open source. Per i più, queste due parole non significano molto, come divano tappeto, automobile penna, lampada albero. Ma per la comunità informatica, queste due parole significano il mondo. Significano la possibilità di tenere misurato l’utilizzo che viene fatto dei nostri dati. Significano sicurezza. Significano mancanza di data breach. Significano mutualismo. Ma per oggi concentriamoci sulla privacy. Il progetto Immuni, dai più (autore compreso) demonizzato come abbandono totale della privacy, sta gradualmente scoprendo le sue carte, e pare che siano in regola.
Prima di tutto: il sistema funzionerà tramite Bluetooth, non GPS. Questo significa che, a meno che lo stato non metta dispositivi Bluetooth in ogni angolo (ricordiamo al lettore che trattasi dello stesso stato in cui nel 2020 si pagano le accise per la guerra d’Etiopia), non vi sarà tracciamento delle posizioni. Piuttosto, vi sarà tracciamento delle interazioni sociali. Decisamente utile per sconfiggere una pandemia. Dopo la presentazione dell’app, però, in tanti si sono schierati contro il sistema, paventando violazioni della privacy. Chiariamo: il pericolo del dare in mano ad uno stato i dati sullo spostamento dei cittadini è spaventoso. Ma, se i termini verranno rispettati, questo pericolo non sarà nemmeno sfiorato. Ciò su cui occorre, però, ragionare, è se la nostra privacy non sia già invasa da altri. Spoiler: la è continuamente.
Ora, facendo un po’ di guesswork, state leggendo questo articolo su un sito web, con dei codici di tracking. L’avete visto su Facebook, dove le vostre interazioni sono controllate tap a tap, scroll a scroll. Facebook, neanche a dirlo, lo avrete installato su un telefono Android o Apple.
Non ci soffermeremo ad analizzare ogni possibilità, ma un paio di esempi possono essere utili. Facebook, Whatsapp, Instagram (tutti della stessa proprietà) sono un colosso da 70 miliardi di dollari. Da dove vengono questi miliardi? Voi non pagate nulla!

Quando non paghi per il prodotto, il prodotto sei tu.

Facebook da anni basa il suo business sulla profilazione degli utenti. Tramite i dati raccolti (messaggi, post condivisi, fotografie, interazioni col dispositivo) impara a conoscervi, probabilmente meglio del vostro migliore amico. Perché? Per proporre pubblicità. Tanta pubblicità. Una tonnellata di pubblicità. Adatta agli interessi, orientamenti, passioni degli utenti. Google? Nessuno dei prodotti che Google fornisce gratuitamente è escluso dal raccoglimento di dati. Quel documento su Google Docs? Quell’itinerario su maps? Quell’email? In tanti si chiedono come mai Google Assistant riesca a riconoscere così bene le voci. Quello che in pochi sanno, è che funziona così bene perché l’algoritmo è stato “allenato” sulle segreterie telefoniche degli account Google Voice.

Exiting the matrix

Risulta ovvio chiedersi come uscire da questo loop. Ma soprattutto: è davvero possibile farlo?
Esistono tante alternative al software proprietario e all’invasione della privacy, prime fra tutte, l’open source. Spesso, però, le soluzioni sono rudimentali e malfunzionanti. Qualcuno di voi ha mai usato LibreOffice? Nemmeno noi. Prendere la strada della privacy diventa ogni giorno più semplice, ma ancora troppo complesso per l’utente medio. Il motivo è semplice: la nostra società è trainata dal denaro, e nessuno investirà mai nell’open source come Google, o Facebook, investono nei loro prodotti. Le vie, per l’uomo comune, sono due: isolarsi totalmente dalla società che, purtroppo, si è venuta a creare, o accettarla. Ed è qui, che la politica si scontra con l’informatica: considerato il tempo che dedichiamo ai dispositivi elettronici, è giusto che essi siano costantemente controllati e tenuti a bada da una multinazionale? È giusto che i nostri dati, che ai più possono sembrare privi di valore, diventino potere in mano a pochi?

“Arguing that you don’t care about the right to privacy because you have nothing to hide is no different than saying you don’t care about free speech because you have nothing to say.”

– Edward Snowden

“Discutere dicendo che non ti interessa il diritto alla privacy perché non hai nulla da nascondere non è diverso dal dire che non ti interessa la libertà di parola perché non hai nulla da dire.”

D’altro canto, una nazionalizzazione delle infrastrutture informatiche è ancora più rischiosa. Se possiamo (a malincuore) accettare di venire profilati da un’azienda, ben più grave sarebbe venire controllati da uno stato in ogni nostro movimento, messaggio, interazione, interesse. Il grande fratello è dietro l’angolo, e storie come quella cinese, dove internet è oscurato ai soli contenuti che non si oppongono al regime, sono sempre più vicine. È sempre meno raro sentire parlare di assistenti vocali utilizzati come prova in tribunale, persone processate per essere passate vicine a case, organizzazioni di stato che sfruttano backdoor vendute dalle aziende stesse, e il futuro, dove saremo sempre più connessi e sempre più controllati, è tutt’altro che roseo. È necessaria ed urgente una legislazione di queste “acque internazionali” informatiche, dove le multinazionali, con una forza lavoro altamente preparata, sono sempre un passo avanti alla politica, arretrata e rimasta a vecchi sistemi. Il sistema anagrafico dell’INPS utilizza tutt’ora COBOL, un software nato nel 1959. Questo, in una società come la nostra, è totalmente inaccettabile. Scandali come quello di Cambridge Analytica dimostrano come la classe politica attuale non sia assolutamente in grado di legiferare sulle nuove tecnologie, e sia piuttosto succube dell’azienda di turno.

È necessaria un’inversione di rotta, ed è già troppo tardi.

Simone Montali

Classe 1998, studente di ingegneria informatica, costantemente perso in una realtà di bit e byte.
Sono un grande sostenitore dell'open source e di tutto ciò che rappresenta mutualismo, l'unico vero modo per progredire.

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