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SILVIA AISHA ROMANO

Domenica 10 maggio è tornata in Italia Silvia Aisha Romano, la cooperante sequestrata il 20 novembre 2018 a Chakama, villaggio del Kenya, dal gruppo jihadista somalo al-Shabaab. Pare – le notizie riportate dalla stampa sono ancora frammentarie – che per ottenere la sua liberazione il governo italiano, per tramite dei suoi apparati di intelligence, abbia versato un riscatto ai sequestratori che i media quantificano in circa quattro milioni di euro – beninteso, un’informazione del genere è per definizione di natura strettamente riservata e dunque non bisogna prendere troppo sul serio le supposizioni giornalistiche. È un sollievo enorme questo ritorno dopo 17 mesi, finalmente una buona notizia in questi mesi bui. Eppure una larga parte dell’opinione pubblica italiana – forse perfino preponderante – ha espresso in poche ore e attraverso diversi mezzi (social networks, telefonate alle radio, interventi pubblici dei cosiddetti opinionisti) una varietà di affermazioni imbecilli ed odiose che si inseriscono nella campagna contro la cooperazione e la solidarietà internazionale che da anni è in voga nel paese.

Queste affermazioni sono riconducibili a due argomenti principali: uno si rivolge contro Romano in particolare, velatamente accusata di complicità con i suoi sequestratori, perché ha affermato di essere stata da essi trattata con rispetto, o di un qualche genere di tradimento perché durante la detenzione si è convertita alla religione islamica ed afferma di averlo fatto liberamente e quindi, presumibilmente, di non avere intenzione di tornare sui suoi passi. Questo primo argomento è particolarmente stupido: coloro che lo propugnano avrebbero forse preferito che Romano fosse maltrattata dai suoi carcerieri o che perlomeno affermasse di esserlo stata? O ritengono che convertirsi all’islam costituisca una professione di sostegno ad al-Shabaab? È del tutto evidente che del fatto che la cooperante non abbia subito gravi vessazioni oltre al rapimento e al sequestro durato un anno e mezzo bisogna rendere grazie al cielo e che la sua conversione religiosa è un fatto personale sul quale, ammesso che sia lecito fare illazioni, bisognerebbe esprimersi con cautela, senza accusare la ragazza di tradimento (di che, poi?) o d’essere insincera. Anche tirare in ballo la sindrome di Stoccolma, sebbene sia un richiamo quasi immediato in casi simili, appare fuori luogo o quantomeno intempestivo.

Silvia Aisha Romano

COS’È LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Il secondo argomento attacca invece la cooperazione internazionale in genere e risulta politicamente molto più pericoloso, se non altro perché sembra essere opinione spaventosamente diffusa: si tratta dell’idea che coloro che si recano in zone pericolose a compiere operazioni di solidarietà internazionale “se la vadano cercando”, e che dunque il governo non avrebbe dovuto pagare un riscatto ad al-Shabaab: questo non solo costituirebbe un finanziamento del terrorismo ma metterebbe in pericolo altri italiani nel mondo, perché altre organizzazioni armate sarebbero più orientate a sequestrarli sapendo che il governo italiano alla fine paga.

Si tratta di un tema già emerso in passato e che anche nel caso Romano emerse fin dall’inizio: già nel novembre 2018 infatti Massimo Gramellini, noto giornalista del corriere della sera, scrisse “Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto”. Le sue parole rispecchiavano un sentire diffuso, che oggi riemerge con rinnovato vigore, secondo cui la cooperazione internazionale non sarebbe che un capriccio da ragazzini e i costi della sua tutela uno spreco.

Innanzitutto occorre capire che cos’è la cooperazione internazionale: non uno sfogo per giovani frichettoni né un passatempo per sfaccendati ma un piccolo aiuto a popolazioni che sono nella miseria per precise responsabilità dei paesi ricchi – e in Somalia, paese di al-Shabaab, in particolare del nostro. È vero che anche in Italia ci sono la miseria e le organizzazioni che la combattono, ma proprio perché altrove – come ai confini della Somalia – la situazione è più pericolosa e difficile dovrebbe essere riconosciuto a coloro che vi si recano il giusto riconoscimento per il coraggio e la determinazione dimostrati. Oltretutto, in Italia – e in generale nei paesi ricchi – le organizzazioni di solidarietà dispongono di un numero infinitamente maggiore di volontari mentre in teatri più difficili essi scarseggiano: a maggior ragione, onore al merito di chi va in soccorso di quei territori.

IL VILE DENARO

Più meschina, com’è naturale, la questione dei soldi. Per prima cosa va rilevato che l’idea che i riscatti non debbano essere pagati perché ciò indurrebbe i sequestratori a perseverare comporta, ovviamente, la conseguenza che coloro che vengono rapiti non debbano essere liberati. Tutto questo ricorda la storia del rapimento di John Paul Getty III, recentemente divenuta soggetto di un film di successo. Costui era nipote del petroliere Paul Getty, all’epoca dei fatti l’uomo più ricco del mondo, e fu rapito a Roma dalla ‘ndrangheta il 10 luglio 1973. Paul Getty era qualcosa di simile a zio Paperone: uomo grottescamente avaro, rispondeva alle lettere scrivendo sul retro per risparmiare carta e aveva fatto installare una cabina telefonica in casa perché gli ospiti gli pagassero le telefonate. Dopo il rapimento i mafiosi chiesero 17 milioni di dollari: Paul Getty rispose che siccome aveva altri 13 nipoti non avrebbe pagato per non metterli a rischio (argomento analogo a quello espresso dai contestatori della cooperazione internazionale). Tre mesi dopo i rapitori spedirono un orecchio del ragazzo, ma il miliardario non cedette. Alla fine questi pagò 2,2 milioni di dollari di tasca propria (tale era il massimo importo deducibile dalle tasse) e prestò la parte restante della somma richiesta, ridotta ora a tre milioni, al figlio (padre del rapito) a un tasso d’interesse del 4% annuo. Ora: da questa storia emergono chiaramente sia il fatto che Paul Getty era un po’ stronzo sia la lezione che se qualcuno viene rapito e la polizia non riesce a trovare il nascondiglio dei sequestratori bisogna pagare, per quanto si possa essere riluttanti a farlo.

Inoltre bisogna osservare anche un altro aspetto: se lo stato decidesse di non utilizzare più fondi pubblici per pagare riscatti per i cittadini sequestrati, allora significherebbe che questi sarebbero liberati solo se ricchi di famiglia e in grado di pagare da sé, qualora ve ne fossero le condizioni.

Il concetto espresso da chi si è indignato per il pagamento del riscatto è che siccome coloro che si recano in paesi poveri in missioni di cooperazione internazionale lo fanno consapevoli del rischio, allora il denaro dei contribuenti non dovrebbe essere utilizzato per la loro tutela. Questo naturalmente presuppone l’idea di fondo secondo cui la cooperazione internazionale sarebbe un giochino, qualcosa che non riguarda gli italiani, un affare privato dei cooperanti. Invece, come si accennava sopra, essa è un disperato tentativo di offrire qualche tipo di riparazione alla depredazione criminale dei paesi poveri, e i fondi che vi sono destinati sono troppo pochi, non troppi, specialmente quando comparati ai costi esorbitanti delle guerre combattute dall’Italia ai danni delle popolazioni del terzo mondo. E poi, per l’amor del cielo, come si può sostenere o anche solo ammettere che la miseria dei paesi poveri conti meno della nostra? È un’idea bislacca, specialmente quando espressa dalle destre dell’”aiutiamoli a casa loro”, che è precisamente ciò che la cooperazione internazionale fa.

Dunque, viva la cooperazione e la solidarietà, specialmente in questo tempo bastardo in cui sono sotto costante attacco. Un attacco che in fondo riflette la disperazione di tanta parte del paese che, stremato da decenni di impoverimento, cade nell’inganno della classe borghese che da una parte addita come nemici ora gli stranieri, ora coloro che soccorrono gli stranieri, e dall’altra proclama la parola d’ordine “ognun per sé”, contro ogni solidarietà. E chi ha molto da solo è predatore, chi ha poco o nulla da solo è preda.

LETTURA CONSIGLIATA Giuliana Sgrena, giornalista de “il manifesto” che nel febbraio del 2005 fu rapita in Iraq e poi liberata in un’operazione che costò la vita all’agente del SISMI Nicola Calipari (ucciso da soldati statunitensi) ha pubblicato un intervento di grandissimo interesse sulla liberazione di Silvia Aisha Romano: è reperibile all’indirizzo https://ilmanifesto.it/contro-silvia-lorrore-inconcepibile-della-destra/