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È in corso in queste ore l’attacco turco alle popolazioni curde in Rojava, le quali, dopo aver resistito per anni in prima linea all’avanzata dell’ISIS e aver costituito una repubblica multietnica, socialista e indipendente, subiscono il voltafaccia dell’occidente, usate e poi gettate via. Quella che viene attaccata ora è la prima rivoluzione del XXI secolo e i fatti meritano di essere approfonditi.

Com’è noto, il Kurdistan è una regione del Medio Oriente, suddivisa tra Siria settentrionale, Turchia sud-orientale e Iraq occidentale e abitata in prevalenza dal popolo Curdo. I Curdi sono da sempre oggetto di oppressione e di discriminazioni da parte prima degli ottomani, poi delle potenze coloniali, oggi dei paesi tra i quali è spartito il Kurdistan. Questo ha generato una forte volontà di autodeterminazione che però non è mai divenuta puramente nazionalista: i partiti e movimenti per l’indipendenza dei Curdi sono infatti generalmente di sinistra e fautori di una politica di convivenza e collaborazione pacifica con i loro vicini. In particolare il principale partito storico curdo, il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), da circa vent’anni porta avanti una linea politica, detta del confederalismo democratico, i cui pilastri sono il socialismo, la pacifica convivenza, la cooperazione e il rispetto delle differenze. Come già accennato, i Curdi e le loro organizzazioni sono oggetto di una feroce repressione, e difatti il PKK è classificato dalla NATO e da altre strutture militari occidentali come un partito terrorista e il suo leader, Abdullah Ocalan, è da vent’anni prigioniero politico in Turchia.

Nella primavera del 2011 la Siria è stata sconvolta da un’ondata insurrezionale contro la dittatura di Bashar Al-Assad, che fu l’inizio della guerra civile siriana. Messo in difficoltà dalla presenza di numerosi gruppi ribelli, Assad ritirò le forze militari governative dal Kurdistan siriano, il Rojava, cosicché i curdi formarono lì una propria repubblica rivoluzionaria autonoma basata sui principii del confederalismo democratico e la cui costituzione, il “contratto sociale del Rojava”, fu emanata nel corso del 2013. Essa è multietnica, garantisce la parità di diritti tra donne e uomini, elegge a propri fondamenti femminismo ed ecologismo.

La repubblica autonoma del Rojava fu fin dal principio trattata con ostilità tanto dall’occidente quanto dai paesi della regione, sia da quelli filo-sauditi che da quelli filo-iraniani, e subì bombardamenti turchi all’inizio del 2014. Tuttavia nel corso di quell’anno essa si trovò a fronteggiare l’assalto dell’ISIS e i suoi combattenti, che agiscono inquadrati in brigate maschili (YPG) e in brigate femminili dotate di un comando autonomo (YPJ), furono in prima linea nella guerra al sedicente califfato, insieme ai volontari del PKK e dei Peshmerga (curdi iracheni). Di conseguenza i combattenti curdi di colpo divennero utili agli occhi degli stati maggiori occidentali e gli USA iniziarono a sostenerne la lotta, con l’assenso della Turchia (paese NATO, legato dunque all’obbedienza agli USA).

Bombardamenti turchi sul Rojava

Ora: è fondamentale ricordare che, come è stato dimostrato in modo inconfutabile sin dal 2014, la principale fonte di finanziamento dell’ISIS è stata l’Arabia saudita, che è pure l’alleato di riferimento degli USA in Medio Oriente, insieme ad Israele. Dunque gli Stati Uniti con una mano hanno foraggiato il caos nella regione, e con l’altra hanno sostenuto la forza curda che si opponeva all’ISIS. Questa dinamica è tipica della politica estera americana dopo la guerra fredda, ed è bene tenerla a mente al momento di attribuire le responsabilità, anche in considerazione del fatto che a farne le spese non è solo il Medio Oriente ma pure l’Europa, come ben hanno realizzato le vittime degli attentati del 2015-2016.

Tra l’inverno del 2014 e la primavera dell’anno successivo, le brigate curde, che già accoglievano tra le proprie fila molti volontari provenienti da diversi paesi tra cui l’Italia, sostennero con successo la difesa di Kobane, una delle città più importanti della regione, situata sul confine con la turchia e assediata dall’ISIS: fece scalpore il fatto che le forze turche assistettero indifferenti per mesi agli attacchi jihadisti senza intervenire in difesa della città, pure essendo stanziate a poche centinaia di metri di distanza. La vittoria di Kobane segnò la fine dell’avanzata dell’ISIS in Siria. Gli scontri con il sedicente califfato continuarono, comunque, anche oltre e perfino dopo la caduta della città di Raqqa, fino ad allora capitale dell’ISIS in Iraq.

Occorre prestare attenzione anche alla partecipazione degli italiani alla resistenza in Rojava: una ventina di nostri connazionali hanno combattuto nelle brigate internazionali di liberazione, e due sono caduti in battaglia: Giovanni Francesco Asperti, (nome di battaglia Hiwa Bosco) il 7 dicembre 2018 e Lorenzo Orsetti (nome di battaglia Tekoser Piling) il 18 marzo di quest’anno. Cinque militanti antifascisti di Torino, tornati in Italia dopo aver combattuto in Rojava, sono stati oggetto di indagini giudiziarie perché la procura ha chiesto di sottoporli a sorveglianza speciale (obbligo di firma in commissariato a intervalli regolari, divieto di partecipazione a riunioni e altre misure simili) perché li riteneva, in quanto militanti di sinistra e antifascisti che avevano avuto esperienza di combattimento, “socialmente pericolosi”. A giugno il tribunale di Torino ha respinto, giustamente, la richiesta, disponendo supplementi d’indagine per tre di loro. Diversi combattenti italiani antifascisti una volta rientrati nel paese dal Rojava hanno dichiarato di essere stati oggetto di sorveglianza da parte delle forze dell’ordine. Si noti bene che questo non è successo a quei combattenti che non sono militanti di forze politiche di sinistra. Anche i curdi residenti in Italia che hanno raccolto fondi per il Rojava sono indagati, addirittura con l’aggravante del terrorismo, quando invece sostengono proprio coloro che sono dall’inizio in prima linea contro l’ISIS.

Così si arriva ai giorni nostri: sventata la minaccia dell’ISIS, gli USA hanno ritenuto che i combattenti del Rojava non erano più utili ai propri interessi, tanto più dato il loro orientamento anti-imperialista, e così hanno smesso di sostenerli e hanno autorizzato il dittatore turco Erdogan ad attaccarli. Erdogan l’ha fatto immediatamente, contando di trarne vantaggi di politica interna e in termini di politica di potenza regionale. Quello turco è il secondo esercito della NATO, per cui la lotta dei curdi sarà durissima. Molti paesi, tra cui l’Italia, hanno “espresso disappunto” per il comportamento di Erdogan, ma questo è un comportamento quanto mai ipocrita: non solo è del tutto prevedibile che a ciò non seguirà alcuna azione concreta, ma i paesi europei addirittura pagano da anni, com’è noto, 6 miliardi di euro alla Turchia affinché impedisca ai profughi siriani di raggiungere l’Europa, mantenendoli così prigionieri del caos in Medio Oriente e alla faccia dei valori di solidarietà e pace sbandierati a mezzo di comodo. Dopo averli usati quando conveniva, l’occidente lascia quindi soli i combattenti curdi, consentendo al dittatore turco di soffocare con le armi la prima rivoluzione di questo millennio.

Per approfondire, vi è una vasta letteratura in italiano sul tema, a partire dalle testimonianze dei combattenti italiani. Consigliamo per semplicità il sito http://www.uikionlus.com/ che ne raccoglie un’ampia selezione.

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