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Nessun uomo è un’isola e forse stavolta ce ne siamo accorti davvero.

Ne abbiamo avuto la prova schiacciante nel bene e nel male: abbiamo preso coscienza di cosa comporti l’isolamento, la perdita di quei momenti di socialità che contribuiscono a rendere la vita ricca e felice, e ci siamo scontrati con la profonda connessione che rende ciascuno di noi responsabile anche per gli altri. Stiamo sperimentando forzatamente nuovi modi di lavorare, di insegnare, di farsi compagnia, intermediati da schermi o auricolari, circondati da stanze vuote. Mettiamo quotidianamente alla prova la nostra immaginazione nel tentativo di intravedere la fine di questa quarantena e la ricomparsa delle nostre libertà.

Tutto ciò avviene però in un clima surreale. Lo stravolgimento delle nostre abitudini e l’annullamento di molte nostre certezze ha causato un cortocircuito psicologico e una schizofrenia comportamentale. Ci siamo ritrovati immersi in una realtà in cui ci è imposta la solitudine, ma in cui allo stesso tempo ci viene introiettato un inderogabile senso di comunità. È avvenuto nel giro di pochi giorni un ribaltamento totale di un mondo che reclamizzava spazi e situazioni massimamente affollati e di tendenza, da vivere, però, come realizzazione ultima dell’individuo o del suo microuniverso, oltre che realizzazione del profitto di un privato. Ciò pare avere mandato in tilt un sistema sociale, economico e mediatico che appare confuso al varco fra questi due mondi: da una parte la corsa a chi arriva prima agli alimenti, dall’altra lo sbarco di medici e infermieri cubani; da una parte il linciaggio sui social network del runner, dall’altra la devozione verso i dipendenti della sanità pubblica; da una parte le pretese di continuità nella produzione, dall’altra le richieste di tutela della salute dei lavoratori.

Il sistema si è rotto e non è successo per caso.

È successo perché da anni siamo esposti a una campagna perenne di distruzione o conquista degli spazi materiali o immateriali dove le comunità si formano, in cui la volontà di messa a valore di questi spazi viene spesso mascherata da necessità di efficienza. Da ciò si genera l’impossibilità per i più di sperimentare la condivisione di un luogo (o non luogo) pubblico e collettivo, la cui cura e sopravvivenza dipende dall’impegno di ciascuno. Sparisce così il cittadino. Nasce così il cliente o consumatore, libero dalla preoccupazione di badare a ciò che è di altri e che estingue la sua funzione sociale attraverso il suo potere di acquisto.
È successo anche perché si è deciso di informare i criteri educativi e formativi ai concetti di merito ed eccellenza, cadendo inevitabilmente nella trappola della competizione (il mio merito è essere più performante degli altri). Si è spesso pensato a come gratificare il primo del corso e raramente a come proteggere l’ultimo, naturalmente ciò è necessario per segnalare ai datori di lavoro i più adatti alle loro necessità. Sì esatto perché anche a livello contenutistico si è pensato di scambiare progressivamente insegnamenti critici o a carattere civico (si pensi alla storia o al diritto) con momenti funzionali alla professionalizzazione, corrompendo il fine educativo della formazione di giovani liberi e socievoli, esaltando invece quello della creazione di lavoratori utili. Si è optato per un’educazione controtrasformativa, che induce ad adattarsi alle pratiche correnti, riproducendo la dialettica vincitori e vinti (o oppressori e oppressi), anziché superarle.
E così ci siamo trovati a camminare in un mondo di concorrenti o avversari, che possono diventare addirittura nemici all’occorrenza, derisi se non vessati senza pietà quando rinnegano la pratica individualista. Ci siamo riempiti di ammirazione per quegli esempi di coloro che ce l’hanno fatta, poco importa se a discapito degli altri, e nel migliore dei casi abbiamo tollerato quelle esperienze di solidarietà e mutualismo che remano controcorrente, purché non cadano nel fanatismo anticapitalista sia chiaro. Ci siamo sciolti dentro a un concetto di democrazia che nulla ha a che vedere con l’esercizio del potere popolare, faticoso perché richiede partecipazione e inclusione, ma che si accontenta della libertà di parola e di iniziativa privata, che tutto sommato possono essere esercitate nella propria stanza vuota.

E arriviamo così, finalmente, a pensare al paradigma della produzione per sé stessa e della proprietà privata per il distanziamento reciproco, che ci scaraventano in un mondo in cui il fulcro del desiderio vive nei beni materiali, per loro stessa natura unici e esclusivi, ridicolizzando quasi la sfera spirituale e passionale che vive di tempi lenti, condivisione e legami forti. Arriviamo così a pensare che, ora che questo paradigma è stato improvvisamente scombinato, siamo disorientati; rispolveriamo il valore dello stato e della sanità pubblica, scopriamo l’internazionalismo e la solidarietà fra i popoli, preferiamo la salute alla produzione e esaltiamo l’associazione anziché l’individualismo.
E tutto ciò ci pone in conflitto con quel mondo che fino a ieri ci ha voluto incapaci di far nostre le istanze collettive e preoccupati a pensare a quelle particolari, abituati all’altro come soggetto con cui gareggiare e non collaborare.

Il sistema si è rotto e non è successo per caso.

Ma cosa verrà dopo? Si aprirà lo spazio per una critica attenta e severa di tutte quelle pratiche economiche, politiche e sociali che hanno causato la rottura? O assisteremo ancora una volta inermi al violento contraccolpo di una struttura insensibile e precaria, ma tremendamente dura a morire?

Rocco Guevara

Quasi economista per sbaglio.
Mi piace vendermi come parente del Ché.
Scrivo soprattutto di cose brutte e noiose nella speranza che un giorno diventino belle e interessanti.