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Ricorre oggi la giornata internazionale della donna.

Si tratta di una ricorrenza ormai ultracentenaria: celebrata, in date diverse, a partire (almeno) dal 1908 per iniziativa dei partiti socialisti in Europa e USA, fu fissata definitivamente all’8 marzo a partire dal 1917, quando le donne di San Pietroburgo manifestarono in massa per la pace, dando inizio alla rivoluzione russa (la cui prima parte è detta “di febbraio” poiché il calendario giuliano allora vigente in Russia retrodatava di 14 giorni). Si tratta dunque di una celebrazione profondamente legata al movimento operaio, sia perché le donne ricoprirono un ruolo di primo piano nelle sue origini, sia perché una delle fondamentali rivendicazioni del movimento femminista è da sempre la parità di trattamento salariale con gli uomini. Difatti, nonostante un secolo di lotte, ancora oggi le donne percepiscono redditi da lavoro fortemente inferiori rispetto ai colleghi maschi e questo impedisce il raggiungimento dell’uguaglianza sociale tra i generi.

LA MOLTEPLICITA’ DELLE DISCRIMINAZIONI DI GENERE

La società contemporanea ha un’organizzazione patriarcale. La sfera economica non è di certo l’unica in cui troviamo delle discriminazioni di genere, ma è un caso esemplare, dove la disparità di salario è solo una delle tante ingiustizie: tra le altre abbiamo il fatto che le aziende spesso licenziano le dipendenti per non pagare loro il congedo di maternità, il lavoro domestico non retribuito, la generale assenza o minima estensione del congedo di paternità (che costringe le donne a badare spesso sole alla prole), la maggiore ricattabilità, le molestie sessuali subite sul luogo di lavoro, la selezione chiaramente maschilista del personale dirigente anche nel settore pubblico.
Nel secolo scorso, in Italia, le donne avevano raggiunto posizioni più avanzate delle attuali su tutti questi temi. Tuttavia, negli ultimi decenni, il forte arretramento del movimento operaio ha determinato un regresso nel campo dei diritti del lavoro, che ha pesato maggiormente sulle lavoratrici, sia direttamente, in quanto, per esempio, la ritrovata libertà delle aziende di operare licenziamenti discriminatori colpisce in modo inaccettabile le donne che rimangono incinte, sia indirettamente, per via del fatto che la società occidentale, fondata sul patriarcato, le costringe ad un lavoro di cura della famiglia che si fa sempre più pesante al peggiorare delle condizioni di vita delle famiglie stesse.
Inoltre, bisogna tenere conto delle innumerevoli riforme peggiorative del sistema pensionistico che si susseguono nel nostro Paese da quasi trent’anni e che, nel 2011, sono giunte a parificare, allungandola, l’età pensionabile delle donne a quella dei colleghi maschi, secondo un’esigenza di uguaglianza quanto mai ipocrita: infatti, non solo tenere qualsiasi persona al lavoro fino a 67 anni, in una società così ricca, è un’operazione incivile, ma ancora più incivile è immaginare che un’operaia in catena di montaggio possa reggere ritmi insostenibili per tanto tempo, dovendosi in più assumere le fatiche della cura della famiglia, che troppo spesso ricadono solo sulle sue spalle.

San Pietroburgo, 8 marzo 1917: una rivoluzione partita dalle donne

LA DISCRIMINAZIONE DI GENERE SUI SALARI IN ITALIA

Il principio dell’uguaglianza vorrebbe che a uguale lavoro corrispondesse uguale salario. Questo è un principio completamente ignorato dalla società capitalista, nella quale lavoratori che svolgono la stessa funzione percepiscono redditi diversi per un’infinità di ragioni.

Nel caso della differenza di genere, tale ingiustizia raggiunge livelli francamente criminali: a parità di mansione, in Italia, le donne percepiscono il 35% in meno dei colleghi uomini e 9 pensionate su 10 percepiscono un assegno inferiore ai mille euro.

Molti elementi contribuiscono a generare tale divario. Innanzitutto, la maggiore ricattabilità delle lavoratrici, che, più degli uomini, spesso si trovano in condizioni tali da non potersi permettere di rifiutare un posto anche qualora esso garantisca una paga infima: si pensi alle madri single o alle centinaia di migliaia di badanti che, con poche centinaia di euro al mese, devono mantenere una famiglia nei paesi d’origine.

In secondo luogo, il fenomeno del part-time involontario. Spesso le donne non possono permettersi di lavorare a tempo pieno, perché la società pretende da loro un lavoro domestico non retribuito che occupa davvero tanto tempo: in Italia, si calcola che esso ammonti a 50,6 miliardi di ore annue, di cui 20 miliardi svolte dalle casalinghe (e difatti il tasso di occupazione femminile è inferiore al 50%). Questo significa che, in un anno, le casalinghe svolgono in media 2.539 ore di lavoro non retribuito, le lavoratrici 1.507 e gli uomini 826. In altri termini, alla cura di bambini e casa le donne mediamente dedicano 22 ore settimanali (4 al giorno) che, per le lavoratrici, si assommano all’orario di lavoro regolare, costringendole spesso a lavorare part-time ricavando una bassa retribuzione.

Un altro elemento di pesante discriminazione è la dequalificazione del lavoro femminile. Infatti, è prassi comune nelle aziende (e troppo spesso anche nella funzione pubblica, specialmente in settori strategici quali la difesa) l’inquadramento delle lavoratrici ad un livello inferiore rispetto alle loro capacità, e lo dimostra il fatto che esse svolgono in media mansioni meno qualificate degli uomini nonostante un livello d’istruzione più elevato: in Italia, detengono un diploma il 63% delle donne contro il 58,8% degli uomini. Questo fenomeno dipende, in parte, da una cultura patriarcale e spesso machista, specialmente in alcuni rami d’industria, e, in altra parte, dal fatto che la dequalificazione del lavoro femminile aumenta la ricattabilità delle lavoratrici da parte delle aziende (in modo simile a quanto avviene con i lavoratori immigrati): se si ha una bassa qualifica e si è una donna, diventa difficilissimo opporre una qualunque resistenza alla prevaricazione del datore di lavoro, per esempio scioperando. A dispetto di questa difficoltà, le donne si dimostrano molto combattive, si pensi alle operaie della Piaggio in questi giorni. D’altra parte, l’intersezionalità delle lotte contro il capitale, il patriarcato e il razzismo è proprio un insegnamento del femminismo del secolo scorso: non c’è liberazione da uno di questi mostri senza la liberazione dagli altri.

Ecco allora che, ogni 8 marzo, tutte e tutti, femmine e maschi, celebriamo le lotte per i diritti delle donne, nella consapevolezza di stare dalla parte della giustizia e dell’uguaglianza.

I dati citati provengono da due pubblicazioni della CGIL e dell’USB, cui rinviamo per approfondimenti sull’argomento:

– “Le donne guadagnano un terzo degli uomini” (rassegna sindacale, CGIL) https://www.rassegna.it/articoli/cgil-veneto-donne-guadagnano-un-terzo-in-meno-degli-uomini

– “Donne sull’orlo di una crisi di numeri” (USB) https://www.usb.it/fileadmin/archivio/usb/usb_donne.pdf

Ricordiamo che lunedì 9 marzo alcune sigle sindacali hanno proclamato sciopero per dare incisività alle rivendicazioni delle donne: nonostante la diffida da parte dell’autorità competente dovuta all’epidemia di coronavirus le manifestazioni si terranno ugualmente.